Il senso della comunità non risiede soltanto nel riconoscersi parte di un’identità condivisa, ma, in modo forse ancora più decisivo, nel riconoscere che la propria individualità è costitutivamente debitrice dell’altro, delle sue cure e della rete di relazioni all’interno della quale prende forma. Da questo punto di vista, gran parte del Novecento filosofico è attraversato dal tentativo di ripensare le categorie etiche a partire da una concezione relazionale dell’essere umano, inteso come soggetto che si costituisce nella relazione con l’altro e si apre alla cura in una duplice direzione: nel bisogno di riceverla e nel desiderio di offrirla. È proprio questa consapevolezza della costitutiva interdipendenza umana che sembra progressivamente affievolirsi nelle società contemporanee.
Portatori di problemi?
Nella Relazione al Parlamento 2025, presentata il 30 settembre 2026, l’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, Marina Terragni, ha richiamato l’attenzione sulla perdita del senso di comunità, mettendone in luce il legame con la transizione demografica. Il suo intervento propone una chiave di lettura che va oltre le consuete spiegazioni economiche della denatalità: la povertà relazionale è uno dei principali ostacoli alla natalità, ma anche al benessere delle giovani generazioni e della società nel suo complesso.
Secondo Terragni, negli ultimi anni bambini e adolescenti sono entrati sempre più spesso nel dibattito pubblico come portatori di problemi: disagio psicologico, ansia, comportamenti violenti e dipendenza digitale. Parallelamente, la nascita di un figlio sembra aver progressivamente perso il significato di apertura al futuro, diventando sempre più spesso un limite alla realizzazione individuale. Si tratta di un cambiamento culturale profondo, che si accompagna alla diminuzione delle nascite e alla crescente difficoltà di immaginare la genitorialità come un progetto desiderabile.
Le ragioni economiche, dalla precarietà lavorativa al costo della casa, insieme alle carenze dei sistemi di welfare, restano importanti, ma non sembrano sufficienti a spiegare il fenomeno. Terragni invita infatti a considerare anche la solitudine delle neomadri, la mancanza di sostegno da parte delle reti familiari e amicali e il progressivo indebolimento di quel «villaggio» che dovrebbe accompagnare la crescita di ogni bambino. A rendere difficile la scelta di avere figli non sono soltanto i costi della genitorialità, ma anche l’assenza delle condizioni relazionali che permettono alle coppie di formarsi e alle famiglie di sentirsi sostenute.
La rivoluzione digitale
In questo quadro, un ruolo significativo viene attribuito alla rivoluzione digitale. Le ricerche degli economisti Hudson e Boedo dell’Università di Cincinnati evidenziano una possibile relazione tra la diffusione della banda larga mobile e il declino della natalità: i territori raggiunti per primi da questa tecnologia hanno infatti registrato anticipatamente una significativa riduzione delle nascite. Una dinamica che potrebbe essere legata anche alla trasformazione delle abitudini sociali: il crescente tempo trascorso online tende a ridurre le occasioni di socializzazione in presenza, limitando gli incontri spontanei e rendendo più difficile la costruzione di relazioni stabili. La tecnologia, dunque, non inciderebbe soltanto sulle modalità di comunicazione, ma anche sulle condizioni relazionali entro cui possono nascere le coppie e maturare le scelte genitoriali. A questa tendenza si affianca una cultura dell’autorealizzazione individuale che, in alcune sue manifestazioni, arriva a presentare l’isolamento come una scelta desiderabile. L’individuo è così spinto a concepire sé stesso come un progetto da ottimizzare, mentre le relazioni rischiano di essere percepite come una distrazione rispetto ai propri obiettivi.
La riflessione di Terragni si spinge, quindi, oltre la questione demografica, interrogando il modello antropologico che caratterizza le società contemporanee. L’individualismo radicale rischia infatti di oscurare il carattere costitutivamente relazionale dell’essere umano: nessuno si forma, vive e cresce in completa autonomia. Come suggerisce Peter Sloterdijk, l’essere umano non è semplicemente gettato nel mondo, secondo la celebre formulazione heideggeriana, ma è piuttosto accompagnato all’esistenza, accolto e sostenuto da una trama di relazioni che rende possibile il suo stesso venire al mondo e il suo sviluppo. La nostra identità è, infatti, debitrice dei legami che ci precedono e ci accompagnano, della cura ricevuta e della possibilità di prenderci cura degli altri. In questa prospettiva, anche il figlio rischia di perdere il significato di una risorsa per la vita familiare e sociale, finendo per essere percepito come un limite alla realizzazione individuale, se non addirittura come un problema da evitare.
Il “paradosso” della cura
Particolarmente significativa è, in questo senso, la riflessione sul valore della cura. Nelle società contemporanee, proprio mentre cresce il bisogno di assistenza e di sostegno reciproco — si pensi, in particolare, alle necessità di una popolazione sempre più anziana e al supporto richiesto dalle persone non autosufficienti — il lavoro di cura continua a ricevere un riconoscimento insufficiente sul piano economico, sociale e politico, gravando in larga misura sulle donne. È quello che Terragni definisce il paradosso della cura: un’attività sempre più indispensabile per il benessere individuale e collettivo, ma ancora troppo spesso invisibile e relegata alla sfera privata. Da qui la proposta di una vera e propria CaRevolution, una trasformazione profonda del modo in cui la cura viene organizzata, condivisa e valorizzata, affinché non sia più considerata una responsabilità residuale o un costo da sostenere, ma venga riconosciuta come un elemento fondante della convivenza umana. Restituire centralità alla cura significa, in definitiva, riconoscere il valore sociale dell’interdipendenza e costruire una comunità capace di rispondere alla vulnerabilità di ciascuno attraverso la responsabilità condivisa.
Le sfide per il futuro
La sfida, pertanto, non consiste soltanto nell’incrementare gli incentivi economici alla natalità o nel potenziare i servizi a sostegno delle famiglie. Occorre, più profondamente, ricostruire le condizioni che rendono possibile una vita relazionale autentica, restituendo centralità agli incontri, alla solidarietà e alla responsabilità reciproca. L’interdipendenza non è una forma di debolezza, bensì una dimensione costitutiva dell’esistenza umana: riconoscerlo significa comprendere che la felicità individuale non può essere disgiunta dalla qualità delle relazioni che la rendono possibile. È in questo senso che risuonano le parole di Antonio Genovesi, padre dell’Economia Civile: «È legge dell’universo che non si può far la nostra felicità senza far quella degli altri». Una prospettiva che invita a guardare alla natalità non soltanto come a un fenomeno da incentivare attraverso strumenti economici e politiche pubbliche, ma anche come all’espressione di un più ampio contesto sociale e relazionale. Non si può, infatti, promuovere efficacemente la natalità senza interrogarsi sulle condizioni che consentono alle persone di costruire legami significativi, sperimentare la reciprocità e immaginare un futuro condiviso. Prima ancora di favorire la scelta di avere figli, è dunque necessario contribuire a ricostruire quel tessuto di relazioni e di cura nel quale tale scelta possa maturare e trovare sostegno.
La riflessione di Terragni consegna così una domanda che riguarda ben più delle politiche demografiche: quale società stiamo costruendo per le generazioni future? Una società nella quale ciascuno è chiamato a bastare a sé stesso, oppure una comunità capace di accogliere chi nasce, sostenere chi si prende cura degli altri e accompagnare le persone nei momenti di vulnerabilità? Il contrasto alla denatalità potrebbe richiedere anche questo cambiamento di prospettiva: tornare a riconoscere nella relazione e nella cura non un costo da sostenere, ma una condizione fondamentale della vita comune.
Approfondimento a cura di: Carmine Marcacci, laureato in Filosofia e Forme del Sapere, dottorando in Economia Civile con la Borsa di studio “Economia Civile, Famiglia e Natalità” Lumsa-Cisf


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